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Comunità come equilibrio di socialità, economia e cultura

Il numero tre è, per definizione, il numero dell’equilibrio variabile tra le parti, tutte indispensabili ma nessuna sufficiente. Per questo, la Comunità olivettiana non è giacobina: non vi domina, cioè, la politica pura; non è economicista: non vi domina, cioè, l’accumulazione senza scopo; non è intellettualistica: non vi domina, cioè, l’idea astratta. La combinazione dei tre elementi non è prefissata in astratto. Olivetti era un imprenditore e, soprattutto, la sua idea di Comunità era venuta maturando dall’esperienza concreta della fabbrica. Lo dice lui stesso, per rivendicare il primato dell’azione sulla teoria: «Prima di essere una istituzione teorica, la Comunità fu vita. La mia Comunità non si espresse subito formalmente, ma ebbe per molto tempo un’esistenza virtuale. La sua immagine nacque a poco a poco in un lavoro durato vent’anni» […]
Ma, l’obiettivo non era il predominio ma l’equilibrio dei fattori, come qui è detto a proposito dei conflitti d’interesse tra “l’ambiente”, e l’“industria” ( pp. 49-50 ): «In verità il bene comune nell’industria è una funzione complessa di: interessi individuali e diretti dei partecipanti al lavoro; interessi spirituali solidaristici e sociali indiretti dei medesimi; interessi dell’ambiente immediatamente vicino, che trae ragion di vita e di sviluppo dal progredire dell’industria; interessi del territorio immediatamente limitrofo» (p. 50).

Le Fabbriche di Bene, Adriano Olivetti, Pos. 196-215 su Kindle

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