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La grande fabbrica avrebbe distrutto l’uomo

Fra il 1928 e il 1934, la fabbrica subì una lunga crisi interna, una trasformazione totale dei sistemi direttivi, mentre aveva raggiunto, prima di quei tempi, un alto equilibrio umano.
Erano i tempi di mio padre e di Domenico Burzio, un binomio per me inscindibile. Io allora ero molto giovane e non avevo capito di loro che una parte. Vi era una realtà nel loro esempio, nel loro modo fi affrontare i problemi della gabbrica, che sfuggiva a un esame razionale, a un esame unitario, a un esame che volesse confrontare le cose col metro dei raffronti, che volesse paragonare le cose soltanto ai risultati.
Questo qualcosa, l’ho detto, era invisibile ed era la loro grandissima umanità, per cui nella loro superiorità, quando discutevano o esaminavano il regime di vita o il regime di fabbrica, ciascun lavoratore era pari a loro, era un uomo di fronte ad un uomo. Ma allora la fabbrica aveva 600 operai. Il regime dell’economia, il regime dei mercati, il regime di concorrenza esigevano un rinnovamento, esigevano di incamminarci su una strada nuova, verso l’idea di una grande fabbrica.
C’era al di lù dell’Atlantico il modello, c’era una spinta quasi inesorabile ad andare verso un nuovo stato di cose più grande, più efficiente, dove molti più lavoratori avrebbero trovato ragione di esistenza.
Ma mio padre esitava, esitava perché – e me lo disse per lunghi anni e per lunghi momenti – perché la grande fabbrica avrebbe distrutto l’uomo, avrebbe distrutto la possibilita dei contatti umani, avrebbe portato a considerare tutto l’ingranaggio umano come un ingranaggio meccanico. Ogni uomo come un numero.

Le Fabbriche di Bene, Adriano Olivetti, Pos. 462-75 su Kindle

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