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Incontro al Progetto, la gestione dei rischi

Si conclude con questo report la serie di articoli sugli Incontri al Progetto organizzati dall’Accademia Maurizio Maggiora. Tema del quarto appuntamento: I rischi, con ospiti Leonardo Camiciotti di Top-IX e Tiziano Villa di PMLab.

OLYMPUS DIGITAL CAMERALeonardo Camiciotti ha avuto esperienza come ingegnere elettronico in Philips, divisione di Ricerca. Proprio la ricerca è legata in qualche modo al rischio, poichè di 100 progetti realizzati e brevettati, solo 1 o 2 trovano poi un’implementazione pratica nei prodotti, con un tasso di conversione quindi molto basso. Per cercare di risolvere questa situazione, Philips ha introdotto la figura del Business Development Officer, con la volontà di creare un ponte fra ricerca e business department.

Top-IX è invece una realtà completamente diversa, nata come consorzio rappresenta un punto di scambio di traffico internet, cioè un nodo infrastrutturale a banda larghissima. Dal 2006 ad oggi oltre 50 progetti all’anno vengono sostenuti dal consorzio, che offre loro le tecnologie necessarie per mantenere le proprie infrastrutture di rete sempre efficienti.

Tiziano Villa si occupa invece di Project Managment in PMLab, oltre ad essere Mentor dell’Accademia Maurizio Maggiora. Parte con la volontà di smascherare alcune leggende metropolitane che avvolgono il mondo del no-profit, primo fra tutti la complessità. In generale infatti viene riconosciuto un grado di complessità nei progetti for profit, quando in realtà è il contrario per alcuni fattori chiave:

  1. Il maggiore numero di stakeholder porta a tavoli di discussione più complessi ed ampi
  2. La gestione tipicamente orizzontale, spesso senza un leader dichiarato, porta ad una gestione più articolata

La progettazione sociale ha perciò una veste simile ad una torre di Babele, ad una piazza del paese, dove c’è molto rumore di fondo e si produce tanta entropia. Potremmo fare un confronto fra i due mondi secondo quanto segue:

  • Profit: progetti difficili, ma in un ambito/contesto chiaro e stabile
  • No-profit: progetti complessi in un ambito/contesto vago e instabile

Chiaramente questo comporta un aumento del rischio, per cui ci si dovrà preoccupare maggiormente della sua gestione. Qui entra in campo una distinzione fondamentale. Non dobbiamo infatti confondere i rischi (da guidare) con gli imprevisti (che in genere guidano), mentre l’approccio da seguire nel progetto non è “gestire i rischi del progetto”, quanto piuttosto “gestire il progetto partedo dai rischi”, in altre parole “guidando” l’incertezza.

Di seguito alcune considerazioni nate dal “question time” che segue alla presentazione degli ospiti.

Parlando di rischio nasce ovviamente un problema di misurazione. Stando a quanto detto da Leonardo Camiciotti, è possibile interpretare il comportamento della rete grazie alle nuove teorie della network science (rif. Barabàsi, Link). I dati interrelati creano uno specchio del mondo reale che è utile per definire le dinamiche di massima della rete, tuttavia bisogna sempre tenere a mente che questi modelli vanno intesi come playground dove ricercare pattern e schemi ricorrenti, non devono cioè diventare “la realtà”, per evitare un conseguente scollamento dal mondo fisico.

Si è parlato anche dell’applicazione del metodo LEAN/AGILE alla progettazione sociale, generalizzato come un procedere per step validati, e se la validazione fallisce ricominciare. Questo genere tuttavia alcuni problemi, poichè ogni fallimento può generare una serie di reazioni a catena all’interno della comunità di riferimento dagli esiti difficilmente controllabili. Qui torna utile valutare la dimensione eventualmente “sperimentale” del progetto: un pivot infatti non può essere uno stravolgimento del progetto, quanto piuttosto un cambio di metodologia, ma non assolutamente una variazione “alla cieca”. A seguito di diversi fallimenti, inoltre, potrebbe essere forse utile fermarsi a riflettere sulla natura e sull’efficacia del progetto, agendo di conseguenza.

Diventa poi essenziale mantenere una forte eterogeneità della rete, sia per una questione di competenze, sia per evitare di rimanere chiusi nella propria zona di confort.

Un consiglio dato da Tiziano Villa invece riguarda la validazione dei rischi: questi devono infatti essere definiti partendo da un foglio bianco e riflettendo sul progetto davanti a tutti gli stakeholder. Una buona strategia sarebbe quella di far definire un rischio a ciascun interessato al tavolo, tenendo conto che un numero elevanto di rischi non è per forza un segno negativo, poichè potrebbe significare anche una profonda conoscenza del progetto.

Circa i partner, collaboratori e compagni di viaggio, bisogna poi identificare (ed ignorare, per quanto possibile) alcuni ruoli, ad esempio “l’adulatore”, cercando di concentrarsi sui vital few (il 20% che fa l’80% delle cose) piuttosto che sui trivial many (l’80% che fa il 20% delle cose).

Un utile strumento per l’efficacia del progetto è ovviamente il metodo che deve essere quanto più condiviso, quantomeno nel core del team di progetto, perchè accresce l’efficienza, migliora la comunicazione e fa team building.

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