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L’organizzazione è una questione di competenze

La trasmissione della ricchezza costituisce una ingiustizia sociale evidente, sebbene legata a un istinto non facilmente riducibile, ma ancor più la sottomissione di uomini in virtù del privilegio di nascita costituisce ormai nella economia capitalista occidentale un ostacolo gravissimo al progredire dell’industria. La capacità direttiva non è ereditaria e i figli dei grandi capitani d’industria sono oggi nel migliore dei casi nella posizione di monarchi costituzionali, costretti ad affidare il potere a un primo ministro di loro fiducia, un amministratore ormai posto nell’acrobatica ed equivoca situazione di mediatore tra capitale e lavoro.

Il potere di dirigere il lavoro altrui deve essere coseguenza di meriti o legato a eminenti capacità superiori; per altro verso, la non eliminabile disuguaglianza fra gli uomini conduce a una gerarchia di competenze e di valori che costituiscono un ordine naturale e umano nella società. Lavoratori, specialisti, tecnici, dirigenti costituiscono nell’industria questa gerarchi. Essi insorgono contro l’ingiustizia di un asistema dove le grandi e le piccole decisioni che interferiscono continuoamente sulla loro vita individuale non provengono da una tale gerarchia di valori, ma da una potenza ormai dissociata dai reali meriti dai quali essa trasse una remota origine.

L’essenziale è di comprendere che il problema di una fabbrica comunitaria (che per molti aspetti può dirsi anche socialista) consiste nel creare un nuovo istituto giuridico desunto dalla società anonima, cioè capace di muoversi nella realtà economica operante, ben collaudato dall’esperienza.

Per assicurare alla fabbrica comunitaria la più alta efficienza, il nuovo Stato considererà essenziale la formazione e la valorizzazione di dirigenti dotati di qualità umane, tecniche e culturali superiori. Questi, designati separatamente dalla pluralità degli enti interessati sono destinati a costituire l’organo esecutivo dell’Industra Sociale Autonoma.

Ogni soluzione non desse esclusiva autorità e responsabilità a uomini di altissima preparazione è dà considerarsi un inganno. L’operaio diretto di fabbrica è un romantico ma anacronistico ricordo dei primi tempi della rivoluzione sovietica, mentre l’operaio membro di un consiglio di amministrazione è una tragica finzione retorica della repubblica sociale fascista.

Le Fabbriche di Bene, Adriano Olivetti, Pos. 433-51 su Kindle

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