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Povertà non significa assenza di attività economica

Un mio amico americano che di recente ha visitato per la prima volta il Bangladesh, dopo aver attraversato una delle zone più povere del paese, mi ha scritto:

“Negli USA siamo abituati ad associare la povertà rurale all’assenza di attività economica. Penso […] alle contee delle zone depresse dello stato di New York: i quartieri abbandonati, le vetrine con pochi vecchi articoli in mostra, le porte sprangate di fabbriche e uffici chiusi e così via. Si può guidare per giornate intere da quelle parti senza incontrare nessuno. […] Ma il piccolo tratto di campagna del Banglades che ho potuto vedere oggi, nonostante sia immensamente più povera in termini monetari, mi ha fatto l’impressione di uno straordinario alveare di attività economica. In ogni villaggio c’è una via commerciale dove si affollano decine di ripari di lamiera stracolmi di merce in vendita, o che offrono i servizi più vari, dal barbiere al sarto. Nei vicoli invece è la gente del villaggio ad offrire le proprie merci sulle stuoie: canestri, cappelli, pane, patate, verdura. In tutte le case ed in tutti gli spiazzi vedi gente intenta a lavorare, a fabbricare o riparare qualcosa, intagliare mobili, creare gioielli, raccogliere cereali.”

[…] Alla Grameen Bank ho cercato di dimostrare che facilitando l’accesso dei poveri al credito si possono esaltare queste forme di lavoro autonomo che consentono loro di generare reddito. Non riconoscendo la famiglia come unità produttiva e il lavoro autonomo come efficiente forma di sussistenza, la letteratura economica ha perso di vista un pezzo importante della concreta realtà produttiva.

Un mondo senza povertà (Universale economica. Saggi), Muhammad Yunus, Pos. 1035-43 su Kindle

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