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Il ruolo del designer, 4: Papanek e la svolta attuale

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Fra i personaggi che, nello stesso periodo, si occupano in modo specifico dello sviluppo del design, Victor Papanek merita una posizione di rilievo. Viennese di nascita, ma emigrato in America, già nel 1971 mette in luce il ruolo contraddittorio del designer nel suo libro “Design for a real world: Human ecology and social change”, definendo la professione come fra le più dannose del pianeta, ed assimilando i designer a dei produttori d’immondizia, per via delle loro scelte in materiali e processi pericolosi, inquinanti per l’aria e l’acqua di cui ci serviamo.

Ora alcuni riterranno questo punto di vista troppo radicale, e sicuramente questo estratto rappresenta il libro solo in parte. Altri penseranno che forse investe il designer di una resposabilità troppo grande, che in realtà è condivisa da tutti gli attori legati al mondo industriale, ma Papanek era un disegnatore industriale, perciò la dichiarazione è fortemente e volutamente autocritica.

Tuttavia quel che ci interessa e che rappresenta il contenuto più significativo della citazione, è il legame creato fra Design, nella sua dimensione industriale, con Ecologia e Cambiamento Sociale, sottolineato sin dal titolo del libro.

Si sposta per la prima volta l’attenzione sul processo: ci si chiede come gli oggetti nascono, cosa viene usato in input e cosa viene prodotto come output, e quanto ed in che modo questo influisce sull’ecologia, sull’ambiente e sulla società, per cui sull’uomo.

Il vero cambiamento sta considerare l’oggetto, singolo, in connessione con la sua produzione, cioè con il suo processo da “materiale grezzo” a “componenti in forma” per mezzo di lavorazioni intermedie.

Il prodotto non è più unica replica che arriva dal negozio in casa nostra, e si relaziona con questo ambiente, ma diventa parte di una produzione che prevede milioni di altre copie, in una dimensione ed in una scala che, se già negli anni ’60-’70 arrivava a numeri inverosimili, oggi – considerata complessivamente su scala globale – supera di gran lunga l’immaginazione di ognuno di noi.

La dimensione e le modalità di questo cambiamento di punto di vista, che potremmo sinteticamente riassumere come un passaggio dalla quantità alla qualità, vengono ampiamente descritte da Luigi Bistagnino nel suo scritto L’uomo al centro del progetto: Design per un nuovo umanesimo, dove si invita a progettare mettendo al centro la comunità, e quindi il genere umano, come sistema di valori di riferimento, in opposizione al workflow prodotto-centrico che viene pedissequamente applicato in qualsiasi processo produttivo.

Questa impostazione, infatti, porta inevitabilmente a filiere industriali sviluppate secondo una logica lineare, poiché si perde di vista il sistema di relazioni messo in opera. Ancor più danni crea la ricerca del massimo profitto sul breve periodo, che si traduce il più delle volte in una semplice riduzione delle voci di spesa, a danno dei più poveri, o dei paesi più poveri.

Materie prime più economiche, processi più economici ed esternalizzazione: tutti elementi che concorrono ad abbattere il costo finale del prodotto, a spese però di quelle comunità che vivono nelle vicinanze dell’impianto produttivo e, sul lungo periodo, anche di quelle che vivono lontano.

Al contrario, porre la comunità al centro significa di conseguenza dare precisa importanza alla sua vita, intesa come comunione di vita biologica, sociale ed etica, restituendo quindi forte rilevanza alla cultura della comunità, come qualità emergente delle tre “vite”.

Qual’è quindi il ruolo del designer oggi? Non possiamo ancora dare risposta a questa domanda, perciò ci limitiamo a citare Papanek ancora una volta:

“Design has become the most powerful tool with which man shapes his tools and environments and, by extention, society and himself”

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