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Cantiere Barca: le nostre conclusioni

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E’ difficile trarre delle conclusioni da un percorso ancora in una fase di organizzazione, ma cercheremo comunque di comprendere quali siano le caratteristiche vincenti, quali le problematiche e gli sviluppi futuri.

L’Associazione Cantiere Barca non è partita da zero, ma da una situazione avviata dal 2010 con uno scopo che allora non era nemmeno chiaro. Non c’era infatti l’intenzione di proseguire con il progetto nel corso degli anni e così sono stati affrontati i workshop di progettazione partecipata, usando lo strumento dell’arte nello spazio pubblico.

In un certo senso, potremmo dire che ai bisogni e alle problematiche di tipo sociale, identificate dalla ricerca dell’antropologa Giulia Majolino, sia stata data una risposta prettamente culturale ed in questa dimensione i risultati raggiunti ci sono stati.

Il coinvolgimento degli architetti-artisti del collettivo berlinese Raumlabor ne è la prova, così come l’inclusione della comunità locale nel processo di realizzazione delle opere, che ha portato il progetto ad essere conosciuto dal MoMa, per cui il lavoro curatoriale si può dire eccellente.

Tuttavia, l’analisi si fa più complessa se si valuta il processo di risoluzione dei bisogni sociali, ed è qui che diventano utili gli strumenti d’indagine della progettazione sociale, oltre a quelli del design sistemico, per analizzare e valutare i risultati del progetto in relazione agli obiettivi posti ex-ante.

Non guarderemo stavolta il percepito del mondo esterno, ma ci soffermeremo sulle criticità interne al quartiere, partendo quindi dal punto di vista dei cittadini, raccolto nel corso di due anni di presenza sul posto.

Qui entrano in gioco altri fattori, come comunicazione e mediazione, senza dimenticare i tempi.

Nel passato, una retorica troppo orientata alla partecipazione ed alla auto-determinazione ha originato equivoci in alcuni abitanti, che riconoscono ancora oggi l’apertura delle saracinesche del 2010 come una loro conquista indipendente e paralegale, mentre questa era invece un processo ben studiato, legale e guidato dall’esterno. Allo stesso tempo, pause e discontinuità nel periodo 2010-2013 hanno reso difficile la comprensione delle attività, quando il Centro ancora non esisteva e si organizzavano workshop ogni circa sei mesi.

Durante queste pause, il ritorno all’ordinarietà del giorno prima è stato vissuto spesso come un momento traumatico, confermando le paure della comunità locale: di nuovo, si sono tutti dimenticati di noi. Era perciò necessario garantire una quotidianeità già dopo i primi segnali di cambiamento, mettendo noi e gli abitanti nelle condizioni di operare nell’immediato, invece di lasciare la situazione nelle mani dello status-quo, dei “tempi tecnici” e della burocrazia.

Questa ovviamente non vuole essere una critica, ma una constatazione: a nostro avviso, le problematiche sociali necessitano di un approccio complementare a quelle del progetto culturale, perché gli obiettivi sono diversi, così come le aspettative.

L’Associazione Cantiere Barca: come organizzarsi con pochi euro

Se vogliamo una cultura in grado di generare impatto sociale all’interno di contesti periferici ed isolati, è quindi necessario integrare nuove competenze, e far fronte a nuove necessità.

E’ giusto sostenere che l’arte, il design e la cultura in genere possono essere vettori di cambiamento sociale, ma questi devono essere intesi come strumenti, utili al raggiungimento dell’obiettivo sociale.

La cultura diventa così facilitatore del processo cambiamento, il cui scopo è ora duplice: cultura in funzione del bisogno sociale, e socialità in funzione del bisogno culturale. Solamente così le aspettative dei diretti interessati non risulteranno disattese, perché spesso il bisogno di cultura non viene neanche percepito in quei contesti attraversati da rilevanti conflitti sociali.

Ci siamo trovati perciò in una situazione dove lo sconforto e la diffidenza erano tornati evidenti nei volti e nei commenti dei cittadini, ed abbiamo dovuto faticare con le nostre forze per cercare di ristabilire un rapporto quantomeno neutrale con la comunità che frequenta abitualmente l’area del porticato.

Per questo è stata fondamentale l’inaugurazione di Luglio, dove quel che abbiamo organizzato aveva come obiettivo il coinvolgimento della comunità in attività culturali ed originali, per loro insolite e sicuramente divertenti. Questo ci ha permesso nuovamente di partire da un linguaggio comune ed individuare i giovani che davvero possono diventare i frequentatori del Centro: i ragazzi fra i 6 ed i 35 anni.

Sono loro che necessitano di prospettive diverse il prima possibile, in questo contesto che potremmo definire di emergenza sociale, a cui nessuno ad oggi è stato in grado di dare una risposta strutturata, non limitata ad interventi “spot” di cui una comunità non riesce spesso a riconoscere il significato né l’utilità.

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E’ da qui che siamo ripartiti: non da zero, ma da meno uno, ricostruendo dalle fondamenta l’aspirazione del Cantiere da valori di base come condivisione, apertura e collaborazione.

Stiamo mettendo in pratica i principi del design sistemico, della progettazione sociale e della progettazione culturale ad un livello d’interrelazione e complessità singolare per un progetto reale.

Vorremo inoltre mantenere l’iniziale aspirazione imprenditoriale del progetto e per questo è nostra intenzione collaborare con l’amministrazione, le associazioni ed il mondo cooperativo, oltre a continuare con la sperimentazione di prodotti, l’organizzazione di corsi ed attività per la comunità, favorendo attività spontanee generate dalla comunità stessa.

In questo senso, condividiamo la visione di Adriano Olivetti, che sin dagli anni ‘50 proponeva un approccio integrato, locale e comunitario per le proprie fabbriche basato su relazioni profonde fra tessuto sociale, cultura, produzione industriale ed agricola: ci riferiamo in questo senso ai concetti di Industria Sociale Autonoma e di Azienda Agricola Autonoma che oggi possono essere applicati anche a territori di dimensioni limitate, grazie alle innovazioni tecnologiche ed alle nuove conoscenze in termini di sostenibilità ambientale.

Cantiere Barca continua, ed il confronto di queste due esperienze ci ha portato alla prima bozza di un metodo per facilitare la moltiplicazione di esperienze simili: non un modello rigido, ovviamente, ma un disegno di massima nel quale muoversi, quello che in inglese potremmo chiamare framework.