• Italiano
  • English

Un Sistema di Centri: l’Innovazione per la città

Un'esemplificazione della rete sistemica che governa le macro relazioni fra Centri Autonomi Locali, Cooperativa, PA ed enti di ricerca

Un’esemplificazione della rete sistemica che governa le macro relazioni fra Centri Autonomi Locali, Cooperativa, PA ed enti di ricerca

Un’altro scenario che potrebbe nascere dal moltiplicarsi di Centri Giovani basati sulla produzione distribuita è dato dalla loro gestione collegata “in Rete”, nella quale possono eventualmente integrarsi anche altre realtà affini come FabLab e MakerSpace di ogni tipo.

Qui ci si inserisce in un discorso ancora più ampio che riguarda la situazione di progressivo degrado ed isolamento tipica delle periferie urbane, non solo torinesi: si tratta di portare strumenti e know-how per tentare di generare l’ambiente di stimolo all’innovazione che abbiamo delineato nel capitolo dedicato.

Il modello di business è sempre lo stesso: le realtà non-profit andrebbero affiancate da una for-profit che lavori in loro funzione1 e che potrebbe essere una singola realtà per tutte, poniamo caso una Cooperativa2.

Le realtà non-profit possono essere associazioni di vario tipo, in accordo alla situazione specifica: circoli, associazioni di promozione sociale, associazioni di volontariato o semplici associazioni culturali3. Questo è necessario per garantire flessibilità ai singoli enti che saranno verosimilmente molto “liquidi” nella loro organizzazione, elemento che rende necessario ridurre le sovra-strutture giuriche allo stretto indispensabile. Per semplificare, li indicheremo nel testo con il termine CAL, Centri Autonomi Locali.

Già in questo scenario è possibile garantire molteplici servizi, riducendo al minimo burocrazia, costi ed altre variabili. Possono nascere così makerspaces, tool libraries, aule studio o aule svago, sale di proiezione, di registrazione ed orti sociali educativi per dirne alcuni, ma possiamo tranquillamente includere servizi di somministrazione di cibi e bevande che possono prosperare senza molte difficoltà, data la loro natura integrata nei Centri.

L’ente centrale si dovrebbe invece interessare di promuovere la vendita dei prodotti nati nelle Officine, nei Makerspace e nei FabLab della rete, selezionati secondo i criteri della microproduzione4, eventualmente dando priorità a quelli a minore impatto. Per i prodotti fisici, si tratterebbe di garantire la loro vendita presso negozi, se non addirittura aprire un proprio shop in una via di passaggio; mentre per eventuali prodotti immateriali – che possono uscire ad esempio da realtà come i FabLab – bisognerebbe aiutare i progettisti a tutelare la propria IP ed individuare possibili partner. Ovviamente, parte delle entrate verrebbero riconosciute come donazioni alle CAL di provenienza, oppure possono essere stipulati accordi e modalità specifiche di ri-distribuzione degli utili alla rete, o direttamente con i singoli nel caso non fosse possibile altrimenti per vincoli normativi.

La Cooperativa deve poi necessariamente agire con il supporto delle istituzioni, sia dell’amministrazione che di eventuali enti pubblici, come Università e Politecnico, questo anche per far fronte alle eventuali esigenze in termini di analisi, certificazione e marcatura sia delle attività dei CAL (ad esempio: analisi dei terreni, nel caso si decida di fare un orto sociale) sia dei prodotti (ad esempio: produrre il materiale necessario per apporre la marcatura CE che, sapendo come fare, non ha alcun costo perché non si tratta di una certificazione).

Questa organizzazione non deve essere assolutamente intesa come gerarchica o rigida, né imporre diktat o procedure univoche: nessuno deve vietare al singolo CAL di contattare direttamente l’Università, o di farsi aiutare da risorse umane proprie, o di altri centri, per produrre il materiale necessario. Né deve sovrapporsi obbligatoriamente alla gestione preferita dal singolo privato che decide di operare secondo propria iniziativa.

Il ruolo della Cooperativa è infatti funzione dei CAL, configurandosi come un facilitatore dei rapporti, un’ulteriore possibilità invece dell’ennesima sovra-struttura: se non so a chi rivolgermi, mi verrà fornito un contatto utile. Ma il fine ultimo della coop è solo quello di semplificare la gestione della contabilità ai CAL, che altrimenti dovrebbero aprire la propria Partita IVA, presentare dichiarazione, avere ognuno il proprio commercialista e via dicendo.

Quanto descritto è ovviamente una visione sul lungo periodo che deve essere approfondita a seguito di ulteriore ricerca, oltre che aggiornata e modificata. In particolar modo, bisogna considerare eventuali variazioni sul piano legislativo alla luce dell’annunciata riforma del Terzo Settore prevista per il 2015.


1 Questo in attesa della riforma del terzo settore, annunciata come elenco di buone intenzioni purtroppo ancora povero di contenuti. Sarebbe in questo senso opportuno inserire personalità giuridiche specifiche per oltrepassare più facilmente questa ormai retrograda distinzione fra i due mondi.

2 Da valutare la possibilità di essere inquadrata come Coop. Soc. ONLUS, o acquisire il titolo di Impresa Sociale, od ancora configurarsi come una Startup Innovativa

3 Anche qui, ci auguriamo che prima o poi venga messa fine a questa controproducente varietà di forme associative ed ai diversi e frammentati adempimenti che ognuna di esse deve rispettare, considerando che si parla di non-profit.

4 Si veda cap. 4 “Produzione distribuita